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日志


1月28日

La MiA sTaNzA pReFeRiTa

Quando ero piccolo, non sopportavo in casa la presenza dei miei parenti durante quelle lunghe ed estenuanti sere cerimoniali. Oggi, a 22 anni compiuti, le cose non sono cambiate più di tanto, anzi, sotto molti punti di vista, sono peggiorate e di questo, non me ne faccio assolutamente una colpa. Comunque sia, durante quelle serate in cui la mia casa si popolava di personaggi ambigui e poco interessanti, tutto quello che facevo era rinchiudermi in bagno. Attenzione, avevo appena sei anni e l'innocenza di un bambino che la cosa più spinta che ha visto nella sua vita è un episodio su un'emittente privata di Lamù. Il bagno, era l'unico posto della mia casa, in cui potevo realmente essere libero di essere me stesso. L'unico posto in cui potevo nascondermi dai rimproveri e dalle attenzioni esasperanti dei miei genitori. Da bambino, dovevo stare attento a tante cose. Dovevo stare attento alla televisione, dispensatrice di violenza gratuita e pensieri peccaminosi ed antiborghesi. Dovevo stare attento a certi libri. Ricordo ancora quando mia madre fece sparire la mia copia de "La fabbrica di cioccolato" perchè giudicata troppo disimpegnata e deviante. Infine dovevo stare attento alla musica, perchè quella creava "Menti contorte", fatta eccezione per la classica, che ad un bambino risulta il più delle volte incomprensibile e noiosa. E' inutile dire che appena sono stato libero di scegliere, mantenendo pur sempre una certa segretezza, sono corso a recuperare tutti quegli oscuri oggetti del peccato. In bagno, quando ero piccolo, era tutto diverso. Era l'unico posto in cui nessuno sarebbe mai venuto a disturbarmi, perchè, per l'essere umano, i minuti passati in bagno, sono momenti preziosi, momenti intimi, momenti sacri, momenti in cui sei solo con te stesso e puoi realmente parlarti con il cuore in mano. Dirti la verità, la nuda e cruda verità. Le più grandi considerazioni su me stesso, le ho fatte seduto sulla tazza di un cesso. Le più grandi prese di coscienza, le ho fatte seduto su un cesso,  perchè resti da solo, in silenzio e tutto quello che riesci a sentire, mentre sei concentrato, sono i tuoi pensieri. Ma quando ero piccolo era diverso, non dovevo essere seduto su un cesso per capirmi alla perfezione. Forse era la luce. Sì, quella luce gialla della specchiera che si rifrangeva sulle mattonelle celestine e riempiva quella piccola stanza di un'aura rilassante. E' che nel bagno di casa mia, ero sereno, o meglio, mi sentivo sereno. Così ogni volta che il caos casalingo mi inghiottiva, io mi rintanavo lì, mentre nessuno faceva caso a me o si chiedeva che fine avessi fatto. E proprio in quel posto partivano nella mia testa le storie più affascinanti, le sceneggiature più complesse che oggi a ripensarci, mi  chiedo come mai non riesco a ricordare a grandi linee un plot narrativo o qualche piccolo dettaglio. La mente umana è strana, ci ricordiamo determinate sensazioni ma molto raramente ci ricordiamo delle cause, dei motivi che ci hanno spinto in un determinato stato. Quando ho imparato a scrivere, quella stanzetta era diventata la mia fabbrica dei sogni, fino a quando mia madre non trovò i miei quadernetti e decise di mandarmi da una psicologa. Le mie storie parlavano di vampiri, mostri, demoni, ma erano tutti buoni, nessuno di loro era veramente cattivo. Per mia madre, ero una mente deviata, quindi: psicologo. Altre volte, invece, mi fermavo d'avanti allo specchio, prendevo uno spazzolino ed immaginavo di dirigere un'orchestra. L'unico compositore che riuscivo a digerire da piccolo, era Verdi, o meglio il "val pensiero" di Verdi, perchè era l'unica aria che conoscevo. Il fatto è che, nella testa di un bambino accadono cose strane. Uno specchio, diventa una finestra su un regno fatato, uno spazzolino diventa una bacchetta magica, un dentifricio il sangue di un drago. Forse questa cosa non mi è mai passata, davvero. A volte vedo cose che non esistono, e mi perdo. Strade immaginarie. Chimere meravigliose. Angeli senza le ali. A volte. Vorrei poter tornare bambino, d'avanti a quello specchio. Vorrei poter tornare a vedere quell'orchestra ogni volta che ne ho voglia. Vorrei, ma alla fine non ci riesco ed un po' mi maledico. Perchè dobbiamo per forza crescere e cambiare in peggio? Perchè dobbiamo per forza chiudere gli occhi? Siamo davvero felici quando perdiamo la nostra innocenza? Ed i segni sulla mia faccia, mi ricordano che non ho più tempo per fermarmi a pensare.
1月24日

boh?

La nebbia scende su questa città a volte troppo piccola altre volte invece troppo grande.  Capita sempre così, quando devi fare i conti con un futuro incerto e tutto quello che ti viene da fare, è restare a guardare. In silenzio, mentre tutto passa d'avanti ai tuoi occhi. E' come passare con il treno dal paese dei balocchi. I tuoi occhi si riempiono di stelle, ma è tutto quello che puoi fare. Puoi solo osservare dal tuo finestrino tutta questa vita sfiorarti. Scorrere silenziosa. Salutarti con una mano. Puoi solo riempirti di invidia ed amore. Avvelenarti.  Eppure, se solo sapessi dove è posizionato il freno di emergenza... sarebbe diverso. Sarebbe tutto diverso. Io mi guardo attorno mentre sono seduto nel mio scompartimento, ma mentre lo faccio, ho paura di perdermi lo spettacolo. Perchè siamo sempre attori non protagonisti della vita d'altri. Comparse involontarie che non hanno scelto la parte che gli è stata affidata, oppure, non siamo mai troppo all'altezza del ruolo da protagonisti. Ci accontentiamo di così poco. La paura ci attanaglia. Ci stringe lo stomaco. Ci impedisce di pensare. Mi ritornano le parole di Peter Handke in quel vecchio film di Wenders. Quando il bambino era bambino.... per un secondo vorrei, ma non posso. Ho gli occhi chiusi e le mani legate dietro la schiena. Questa nebbia trasforma la mia sete, la mia voglia di evadere da questo film di cui conosciamo solo l'inizio e la fine, perchè è tutto così scontato. Entro nel locale. PierPsycho gioca a freccette con Pippetto. Mi salutano. E' un po' che non ci si vede. E' un po' che evito gli sguardi della gente per nascondermi meglio dietro uno spesso  velo di apatia. Una coperta ignifuga che mi sono messo per non lasciarvi ad intendere. Per smettere di credere che tutto quello che mi avevano promesso erano caramelle che con il tempo si sono sciolte nella mia bocca. Parole vuote che hanno perso il loro reale significato. Ora riesco solo a percepirne il retrogusto. Quando il bambino era bambino, non sapeva di essere un bambino... Che strano, le cose che più invidiamo, le cose che più desideriamo, finiscono per ritorcersi contro di noi. Ed io, da bambino, sognavo di essere un adulto. Un uomo. Sognavo una vita normale. Io non avrò una vita normale. Ora lo so. Perchè non sono il tipo. Perchè non ne ho voglia. Perchè sono perseguitato dalla sfiga più nera di non essere nient'altro che un misero sognatore in cerca di una stella. Perchè ho un nome di merda. Quelli come me, sono quelli che di solito si fanno più male. In ogni circostanza. Ostentano sicurezza, solo per non mettersi a nudo. Solo per non dare la soddisfazione al mondo e dire dopo l'ennesima battaglia persa: Sì, avete vinto! Avete vinto voi, con le vostre vite normali che io vi invidio. Con i vostri programmi televisivi preferiti. Con la vostra dipendenza intellettuale da nicotina e da thè delle cinque. Avete vinto. Non sarò mai come voi, perchè non ne ho la possibilità. Avete vinto. Guardatemi mentre mi scavo una fossa. Ma non abbasserò mai la cresta. Non smetterò mai di correre. Di inseguire treni immaginari. Di ascoltare un cuore che batte e che fa più rumore delle vostre automobili. Dei vostri impianti Hi fi da duemila euro che avete comprato solo per non pensare. Per non convincervi che non ne valeva la pena dopotutto di smettere. Ed alla fine, siamo un po' tutti uguali. Solo che io non smetto. E la mia condanna, è non meritarmi nulla. Di vivere ogni storia solo nella mia testa perchè nella realtà, quelli come me sono quelli che si fanno più male. E non hanno credito, in nessuna circostanza. Guardo Pippetto e Pier e penso che  mi ha fatto bene allontanarmi per un po'. Tutto comincia a tornarmi come una novità. Tutto mi sembra più  simpatico e famigliare. Forse sarebbe la stessa identica cosa se mi allontanassi da questa città. Forse tutto tornerebbe esattamente al suo posto. Forse dovrei davvero. Ed il celluare, mi riporta alla realtà. Numero sconosciuto. Non rispondo. Mi perdo nei pensieri. Mi perdo in me stesso, un posto ostico. Labirintico. Ma il cellulare riprende a suonare ed allora io devo tornare ancora una volta alla realtà. Questa volta rispondo. Non so chi sia. Pronto. Dall'altro capo non parla nessuno. Nessuna voce. Nessuno che mi dica un "pronto?". Zero. Niente. Eppure riesco a sentire un respiro leggero. Chiudo. Pippetto lascia per un secondo la sua partita a freccette e mi chiede se abbiano sbagliato numero. Gli rispondo che non ne ho la più pallida idea. Torna a giocare. La cosa triste di questa piccola città, è che la sera non hai mai un cazzo da fare. Si perde tempo organizzando feste che sono sempre la brutta copia delle altre organizzate la sera prima oppure si perde tempo tra mille discorsi campati in aria, solo perchè tornare a casa alle nove, ci farebbe sentire troppo sfigati. Così ogni sera è sostanzialmente uguale alla sera prima ed ogni giornata comincia con la consapevolezza che anche oggi, non accadrà nulla di realmente importante.

1月18日

AsPeTtAtIvE

 "è così che cì che ci si sente?" le chiedo. Lei non capisce, o fa finta di non capire. "Ad essere uomini?". Lei mi guarda, sorride. La vita è fatta di dettagli. Di cose che potresti fare ma alla fine non fai. Di cose che non dovresti fare ma alla fine, le fai lo stesso. Perchè? E' Semplice. Il più delle volte non ne hai il coraggio, altre volte invece, sei troppo incazzato e certe cose, le fai solo per non pensarci. La guardo negli occhi. La guardo negli occhi e credo di aver capito, ma alla fine, non ho capito un cazzo. Credevo di essere felice adesso. Credevo che dopo tutto, fosse qualcosa che mi avrebbe cambiato, davvero. E' in questi momenti che ti rendi conto che le grandi aspettative sono sempre le migliori amiche delle grandi delusioni. Un po' mi dispiace. Ho cercato tante volte di immaginarmi tutto questo  ed alla fine, nella mia testa era tutto sempre più grande e meraviglioso. Come fa la gente a non sognare. Come fa la gente a non chiudere gli occhi e lasciarsi  andare anche solo per un attimo. A me basta la pressione di uno sguardo, poi mi perdo. Mi è così facile che a volte faccio persino confusione. Cosa è reale? Cosa non lo è? La prima volta che ti ho incontrata. Ricordi? Eravamo in un bar e fuori, pioveva a dirotto. La radio passava Lou Reed. and anyone who ever played a part
They wouldn't turn around and hate it...è così
che dovrebbe andare a finire? E' così che si conclude ogni storia?  Come ci immaginiamo il giorno seguente? Io nella mia vita, voglio solo fare tutto quello che mi va di fare, non so se lei potrebbe capirmi. Adesso, riesco solo a sorridere. Non siamo mai liberi di essere liberi. Non siamo mai liberi di scappare via, andarcene. Oggi, metterò un'altra spunta sulla lista di cose che un uomo deve per forza provare nella sua vita. Sono cose universali che a sentirle raccontare, ti si riempie lo stomaco di farfalle. Poi ci sei dentro ed il cuore batte. Pulsa troppo sangue al cervello. Aumenta il suo ritmo, quasi sino ad esplodere. Per un attimo è come essere leggeri, perdere peso. Sei in alto. Distaccato. Ti osservi da solo, impacciato. Le guance rosso fuoco. Ti mancano le parole. E' così che funziona? A volte diamo troppo valore ai nostri gesti. Dovremmo prendere di più le cose così come vengono. L'ansia da prestazione. Quella ti distrugge lo stomaco. Dovremmo lasciarci andare, ogni volta che la paura ci attanaglia il cervello. Dovremmo essere più liberi da noi stessi, ma alla fine, siamo sempre uguali al giorno prima. Ogni mattina, quando ci alziamo. Ed io, l'ansia da prestazione, ce l'ho in ogni istante. Io, l'ansia da prestazione la conosco meglio di chiunque altro, perchè c'è sempre qualcuno che si aspetta qualcosa di grandioso e poi svanisce. E ti ricordi, Lou Reed non faceva la differenza in quel momento, ora invece, mi rendo conto quanto fosse importante. Ci vorrebbe Satellite of love, ma nella versione di Transformer. Quante volte ci immaginiamo la colonna sonora giusta per ogni attimo importante della nostra vita? E ti ricordi quel giorno? Avevo i capelli lunghissimi. La pioggia li aveva inumiditi ed io, volevo solo tornarmene a casa. Mi accarezzi le guance, mi dici che andrà tutto bene, ma la verità è che gli inizi, sono le parti più belle di ogni storia. Puoi viaggiare, immaginare, sperare. Sei vivo. Sei spaventato, ma sei vivo, è questo quello che conta. E poi ci perderemo e lo sappiamo entrambi. Ti vedrò svanire. Ti vedrò allontanarti silenziosa. Ed io resterò a guardare, perchè niente dura. Niente è per sempre, ma per un istante, ci illudiamo un po' tutti che sia così. Ed ora, sento la tua pelle su di me. La tua pele che mi si incolla addosso, che mi rende orgoglioso, che mi rende fragile, piccolo. Per un istante è come tornare bambini. Meravigliarsi. Tornare a stupirsi di quello che è possibile e di quello che non lo è. Perdersi per strada. Affogare tra la folla inferocita nel bel mezzo di un mercato cittadino. Qualcuno grida. Qualcun'altro si  stanca. Io resto solo cercando una mano amica. Ti guardo negli occhi. Mi pento di essere mè stesso, è una cosa stupida, ma so che me la farai pagare, perchè ti stancherai ed allora, prego il destino di farmi stancare per primo. Sì, dolce Jane. Qualcuno dice che i dischi sono più belli quando sono consumati. Come ci si sente? Ed ora sei chiara, trasparente. Tra il panico e la rassegnazione. E' la nostra natura. E ti vedo muoverti. Scorrere tra le mie braccia. Scivolare tra le mie mani sudate. Sei un pezzo di cristallo smussato. Sei Marlene nell'angelo azzurro. Sei quella vecchia canzone deli Afterhours. Sei il colore che non ho.  Sei il mio sogno migliore. Sei il mio pensiero più dolce. Sei la mia pena più affascinante. La tortura  più piacevole. Sei il mio film preferito. Sei la mia foto più significativa. Sei due parole. Due parole scontate, ma così importanti. Ti amo e so che mi maledirò per questo, mentre tu già mi maledici. E' così che succede. Perchè i punti di vista cambiano, non sono mai gli stessi e noi, non possiamo pretendere nulla. Ci blocchiamo tra due pagine di un libro. Pieghiamo un angolo. Sottolineamo una frase. Non ce ne dimenticheremo. Sei quella frase. Quella parola che non conoscevo. Sarebbe bello inserirti in un discorso. Dopo due parole. Sempre le stesse. Sempre quelle parole così scontate. Vorrei poter tornare indietro. Vorrei poterti accarezzare come una volta. Fermarmi sul più bello. Sussurrarti che non ci sarà un domani. Occhi di vetro. Occhi di acciaio liquido, per uccidermi. Per distruggermi. Per deludermi. Non ho tempo. Non ho spazio. Non ho sguardi se non per le tue parole fasulle che profumano di vero. Non sono morto finchè non sarò venuto. E mi spegnerò tra mille sussurri. Sulle tue labbra tiepide. Sulle tue parole umide. Su un sussulto violento. Sui tuoi movimenti sinuosi. Lenti. Asciutti. Mi ricorda che devo spegnermi, come un a candela, mi ricorda che non sono libero e che noi, non facciamo altro che complicarci tutto con le nostre stesse mani sudice. Ed il tuo odore mi accompagnerà, quando non sarò più tanto sicuro che tu potrai essere mia. Non siamo mai felici di essere davvero noi stessi. E'così che ci si sente ad essere uomini? E' così che ci si sente sotto il peso di una morte certa? Allora fallo. Prima che sia troppo tardi.
1月13日

Senza far rumore

Scendo di casa e mi vedo con il Dark. Andiamo a prenderci un caffè al "Sette Stelle". Saluto il barista e ci sediamo. Il Dark mi racconta della sua nuova ragazza. Io ascolto. Incuriosito. Sembra una ragazza interessante. Usciamo dal bar. Mi sento un po' desolato. Ripenso a qualche sera fa, in quel maledetto pub sempre pieno di gente dove ti servono bibite alla spina annacquate e patatine del giorno prima. Sembra che  alla gente piaccia farsi prendere per il culo. E nina mi dice:"lo sai che tu per me sei davvero importante?". Io ho  abbassato lo sguardo, poi ho chiamato il cameriere ed ho chiesto il conto. Ho sentito il cuore cominciare a correre. Veloce... a momenti ho avuto quasi la sensazione che mi dovesse uscire fuori dal petto. L'ho visto sedersi di fronte a me e chiedermi: "Ma quanto sei coglione?". Quanto sei coglione e credere nei sogni, nelle speranze, nella tua piccola gloria?  Io in realtà, più che coglione, mi sento una persona triste. Guardo ancora il mondo con gli occhi di un bambino appena svegliatosi la mattina di natale. Guardo il mondo con quegli occhi attenti, ma allo stesso tempo volutamente distratti e mi chiedo come avrà fatto babbo natale a venire giù dal camino. Come sono petetico a credere che  siamo i padroni assoluti della nostra intera vita. E lei mi guardava e non so se abbia capito. Io ho  continuato a non rispondere. Ho fatto finta di niente. Anche oggi continuo a far finta di niente. Ed all'uscita, eravamo mano nella mano ed un cane ha preso a seguirci. Lei si  è fermata  e lo  ha osservato. E' un bastardino di piccola taglia. "ma ti rendi conto quanto siano malinconici gli occhi di un cane? Rispecchiano tutta la tristezza del mondo!" Ed ha questo punto il mio cuore si è fermato è uscito nuovamente dal mio petto ed ha cominciato a schiaffeggiarmi. Stronzo! Illuso! Stronzo!!!!! Io ho fatto finta di non sentirlo. Come siamo strani noi uomini, facciamo sempre i forti, ma alla fine ci sciogliamo per un piccolo dettaglio. Un regalo, una frase, crediamo di aver capito tutto, ma in realtà, non abbiamo capito un cazzo. Siamo meno furbi, meno attenti. E questo povero cane ha preso a seguirci sin sotto casa sua, tant'è che alla fine Nina si è fatta convincere ad adottarlo. E lì sotto ci siamo fermati ancora un po' a parlare. Poi ha deciso che si era fatto troppo tardi ed ha pensato di salire. "Allora, a domani!" poi si è voltata verso il cane e gli ha chiesto "come vuoi chiamarti, eh, piccolo?". Io in un accenno di smisurato sentimentalismo, mi sono piegato lo ho accarezzato sulla testa. Il cane sembrava docile. "Come ti deve chiamare la tua padron....ah!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!". Un'ora di attesa al pronto soccorso. Due punti alla mano. E lei è rimasta lì, con me, ad aspettare mentre ero dietro la porta di quell'ambulatorio.
Il Dark mi racconta di quanto sia felice, di quanto sia bello. Per un istante sono travolto da una strana malinconia. E' una malinconia assurda. E' la malinconia che ti prende quando ti manca qualcuno, quanto senti la voglia di trasformarti, di spargere la polvere d'ali di campanellino su ogni cosa che ti circonda. E' una malinconia angosciante, che ti blocca il respiro, che ti dona un'aria trasognata. E' un dolore dolce ed inebriante. Ho pensato alla mia ex ragazza. Sì, ho pensato a te. Ho pensato a quello che ti ho dato. Alle mie tasche vuote. Al mio sangue acerbo. Ho pensato a quanto eri bella mentre mi dicevi che le cose non cambiano. Non esiste un quadro astrale, divino. Non possiamo mai essere liberi, perchè abbiamo sempre bisogno di dipendere da qualcuno. Nessuno di noi è realmente indipendente. Forse ci illudiamo di esserlo, ma alla fine, non siamo affatto liberi. Forse siamo solo confusi. E non è mai una nostra scelta. Per questo non siamo mai padroni di nulla, perchè ci sono processi irreversibili, eventi incontrollabili, magnetismi inspiegabili ed allo stesso tempo troppo grandi per le nostre mani stanche. Siamo tutti delle piccole calamite. Mi chiedo se tu adesso ti senta libera. Mi chiedo se adesso tu sia felice, ed un frammento di secondo, ti rivedo danzare tra le mie mani, d'avanti ad i miei occhi. Ascolto nuovamente la tua voce che mi sussurra ancora una volta di volermi bene. Sì, ti ascolto con tutta la pace del mondo, mentre mi dici di amarmi e che le cose non cambiano. Poi riapro gli occhi, e ti stai scopando mio fratello.
Ed il Dark continua... continua... continua... ed io quasi non lo ascolto più, poi mi chiede: "come va con Nina?". Ed io non rispondo, neanche a lui. Il Dark lo conosco da dodici anni. Lui non è mio amico. E' il mio vero fratello. Con lui ho sempre condiviso tutto quello che mi circondava. Lui ascolta, ascolta di continuo, io invece certe volte mi perdo nei suoi discorsi e mi sento un po' coglione. L'amicizia, quando è vera, è una sana dipendenza. Un vero amico non sbiadisce con il tempo. Un vero amico resta. E mi sento fortunato. Mi sento fortunato perchè lui è sempre rimasto al mio fianco. E il tempo è passato sulle nostre vite, lasciandoci indifferenti. Senza far rumore. La pioggia fuori cadeva, ma noi ci cercavamo ugualmente, ci bagnavamo inzuppandoci sino alle mutande, perchè due amici non fanno mai caso a quanta acqua il cielo gli sputerà addosso. Due amici veri vanno avanti e questo è quanto. Ho sempre pensato che siano poche le cose che restano, quelle che non cambiano. Quelle che resistono. Forse è l'ultimo bagliore di speranza che ci resta. L'ultima speranza a cui aggrapparci con le unghie, con i denti. Prima di sparire per sempre.