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日志


1月26日

MaRzO 2007

Gli angeli passano sopra la mia testa. Ti dico "Ciao", ti accenno un sorriso. Non vedo l'ora di allontanarmi da te per scoppiare a piangere. Affretto il passo. Il viso mi diventa di fuoco. Mi appoggio alla parete di un palazzo. Non sento più le gambe. Mi accascio su me stesso e scoppio. Vorrei urlare. Vorrei distruggere ogni fottuta macchina parcheggiata in questa strada. Ripenso a quanto  eri bella. Ripenso a quando mi chiederanno di te, della fine della nostra amicizia e tutto quello che farò sarà abbozzare un sorriso e dire: "Lei è speciale!". Mentre dentro il mio cuore ormai morto rivorrà indietro il suo padrone. Stai con lui, se sei felice. Stai con lui. Mi inventerò qualcosa per andare avanti. Dimenticherò i tuoi  "ti amo" e mi chiederò cosa cazzo ci faccio io su questa fottutissima terra, perchè oggi so che non è per sempre. Perchè oggi so che muoriamo tutti dentro quando perdiamo qualcosa di realmente importante. Non sarà mai più la stessa cosa. E ripenso a quel bacio affrettato, e ripenso alla felicità. Mi mancherà. Mi mancheranno le tue battute sugli esseri mitologici che circondano la mia vita. Mi mancherà la tua risata quando avrò sparato l'ennesima cazzata. Mi mancherà la "noia" dei nostri pomeriggi. Mi mancheranno i tuoi occhi dolcissimi e perennemente assonnati. Mi mancheranno le tue unghie finte. Mi mancheranno. Qualcosa si allontana. Vedo uscire sogni di plastilina, carezze di cioccolato. Parole. Parole. Parole. Diventiamo tutti un po' grotteschi quando soffriamo. Diventiamo tutti un po' più vecchi. L'essenza non regge la pesantezza di un bacio infranto. Gli occhi si incupiscono e perdono le percezione della luce. Ed il tempo rallenta il battito cardiaco delle giornate. Metto gli auricolari. Cercherò su di me... la tua pelle che non c'è.... E tu resti lì. Sola. Con le tue lacrime tra le mani. E capisco che questa non è la scena di un film. Non mi rincorrerai. Non  urlerai il mio nome alle mie spalle. Non bloccherai il mio passo trasandato. Non bloccherai il ritmo di questa canzone. Come un cane che lascia i suoi bisognini, io cago il mio cuore su questo prato. Domani è un altro giorno. Sto per morire.
1月11日

Un Pò Di PaSsAtO.... (dedicato a quel gabbiano che mi ha più volte indicato la strada....)

 Decido di andare per cimiteri. Non so perché. Se fossi a casa, una cosa del genere, mi riempirebbe di angoscia e di depressione. Qui la cosa mi sembra affascinante. Attraente. Ho una lista di persone che vorrei andare a trovare. È strano se penso che è più di un anno che non faccio visita a mio padre. Io che non ho mai creduto davvero in dio. Io che in prima elementare sono stato preso a ceffoni da una suora per aver espresso d’avanti ad un’intera classe il mio pensiero. Non ci credo. Non ci crederò mai. Non esiste nulla dopo la morte e se esiste, nessuno di noi è in grado di fornirci davvero risposte dettagliate. “Voglio parlare con tua madre!” . Non ho di certo cambiato idea. Ed ancora oggi, mi chiedo perché se uno è buono debba andare in cielo, il prima possibile, perché dio lo vuole con sé. Forse dio non si è mai chiesto come debba essere crescere senza un padre. Ma lui è buono e misericordioso.

Decido di andare per cimiteri, perché è un altro angolo fantastico di questa città. Decido di cominciare con Truffaut. Decido di cominciare con uno dei grandi poeti della macchina da presa. Ed è mera curiosità. Solo curiosità. Chiedo alla donna dell’ostello dove si trovi. Montmartre. Dieci minuti di metropolitana con il solito cambio di linea alla stazione Franklin Roosvelt. Neanche un minuto su una funicolare e sono a le Sacre Coeur. Per salire sino alla basilica, c’è una ripida scalinata che non è per niente l’ideale per un fumatore accanito come me. Sui due prati che costeggiano la scalinata, gente supina che scrive, disegna, legge o semplicemente è pancia all’aria che osserva distrattamente il cielo con una sigaretta incastrata tra le labbra. In cima alla scalinata, chiedo per il cimitero. Mi dicono di andare a sinistra e di scendere la scalinata vicino al piccolo monumento in onore di Dalida. Lì ci sarà sicuramente qualche indicazione. Eseguo nel dettaglio ogni piccola mossa. Scendo le scale e mi ritrovo di fronte ad un piccolo parco. Ci entro. C’è una fontana. Bevo un po’ d’acqua e mi siedo ad una panchina. D’avanti a me una statua. Non c’è scritto niente. Sono un uomo ed una donna che si baciano. Osservo la statua. Rifletto su quanto, tutti i cliché su questa città, siano tutti veri. Davvero. Basta farsi un giro sulla metropolitana, per inciampare in situazioni romantiche, perfette. Se poi fate una camminata lungo la Senna, quando il sole è scomparso ormai da un bel pezzo, vi renderete conto di quanto sia difficile non essere innamorati a Parigi. Le strade ti avvolgono in un’atmosfera da romanzo epistolare. La Senna sembra chiamarti sui suoi cigli e ti invita a perdere lo sguardo verso chissà quale fantasia. Le luci tenue di questa città, alla sera, che si riflettono su questo specchio di acqua scuro. Non è difficile credere nell’impossibile. Tutto ti sembra un po’ magico. È qui. È qui che vedi l’amore, quello vero. Etnie diverse che si uniscono in un abbraccio eterno. Cinquantenni che si rincorrono e si baciano come se fossero adolescenti impazziti. Vecchietti ricurvi, appesantiti su bastoni forse troppo piccoli, che si contorcono nel tentativo di un ulteriore gesto d’affetto. Omosessuali che non nascondono la propria inadeguatezza. Qui, a volte, c’è solo amore, ed è difficile girare lo sguardo e guardare altrove, perché è riflesso ovunque. Su questo piccolo parco. Su questa statua. Al buio diventa anche peggio. È allora che cominci a sentirti triste. È allora che cominci a sentirti solo. È allora che la malinconia ti rapisce verso nuovi pensieri. E non sto parlando di qualcosa di negativo. Vorresti averne un po’. Berne qualche piccolo sorso, ma ti resta sempre la speranza di esserne contagiato. Anzi. Non vedi l’ora che ciò accada. La Parigi che preferisco è questa. Non quella dei musei, delle stazioni, delle chiese. Quella della notte. Quella dell’atmosfera. Quella delle case anonime ma singolari. Quella del mondo, racchiuso in una città che non è mai troppo piccola e mai troppo uguale a se stessa.

Mi alzo dalla panchina ed esco dal parco. Trovo un cartello per il cimitero. Ne seguo la direzione ed in una piccola stradina, mi ritrovo alle porte di un piccolissimo cimitero. L’ingresso, sembra quello di una base militare, con relativo gabbiotto marrone. Entro. Sono quasi le due del pomeriggio. Non c’è nessuno. È vuoto deserto. Nessuna piantina all’ingresso che mi indichi dove sbattere la testa. Per quanto piccolo sia questo cimitero, se voglio trovare Truffaut, dovrò avere fortuna. Inizio a fare lo slalom tra le tombe. Sono tutte tombe moderne. Non è facile trovare qualcosa. Alla fine mi accorgo di una signora. Sulla

 cinquantina. Aspetto materno. Un cappello da giardiniere in testa, un foulard al collo. Sta facendo

delle foto. Una macchina fotografica considerevole. Credo si tratti di una vecchia reflex. Mi avvicino. È inglese e questa per me, che di francese conosco solo quattro parole striminzite, è una grande fortuna. Le chiedo dove sia la tomba di truffaut, mi dice che ho sbagliato cimitero. A mont martre ce ne sono due. Quello in cui mi trovo in questo momento e l’altro a Pigalle, alle spalle del Moulin ROUGE. Mi chiede se sono tedesco. Io le dico di essere italiano.

“Mi piace l’Italia.” Mi dice nel suo inglese impeccabile. Poi aggiunge, ma questa volta in italiano: “Ti amo!” e mi spiega che è l’unica frase che conosce della mia lingua. “è la lingua in cui questa frase suona meglio!” mi spiega. Il mio inglese è basilare, nonostante ciò, riesco a capirla ed a farmi capire. Poi mi chiede cosa ci  faccia uno come me alle due del pomeriggio in un cimitero. Dovrei essere in posti più divertenti. È la stessa cosa che mi chiedo anche io, ma alla fine credo di aver bisogno di una dose di posti strani, particolari. Di volermi prendere una pausa dalle varie cattedrali.  Non è male fare un giro in questi cimiteri. Profumano di storia. Di passato andato a male. È come avere una macchina del tempo. Viaggiare attraverso gli ultimi duecento anni. Sembra meno noioso tra queste tombe decadenti. Tra queste rappresentazioni macabre del breve passo della vita.

“Sei un turista?” mi chiede.

No. Sono solo un visitatore casuale. Sono solo un uomo che cerca di perdere il suo tempo. Un uomo che cerca di perdersi. Un uomo che cerca di cancellare tante cose. Non so perché sono qui. Non so cosa ci faccio. Ci sono. Questo è tutto quello che ho di concreto. Questo è tutto quello che posso dare per scontato.

“Ed allora, che ci fai qui?”

Le pongo la stessa domanda. È una fotoreporter o qualcosa del genere. Lavora per un giornale inglese. Deve fotografare tombe importanti. Tombe di persone famose. Una fotografa professionista. È la prima volta che ne incontro una. In un paesino di provincia come il mio, professioni del genere sono leggende. Chimere. Questa  donna dall’aspetto materno, si chiama Barbara. Ha cinquantadue anni e nella sua vita, mi spiega, è stata fortunata, perché ha fatto esattamente tutto quello che voleva fare. “è importante” mi dice “la felicità sta nella realizzazione dei propri sogni!”. Io non so cosa sia la felicità, ma annuisco, facendo finta di capire alla perfezione di cosa sta parlando. Forse sono qui, proprio per questo.

“Non hai la faccia di uno molto felice!” poi mi chiede scusa. “A volte sono troppo invadente!”ed io le sorrido, ma solo perché intuisco quali siano le sue intenzioni. Nel mio inglese maccheronico, tutto quello che ho sentito, risuona come una serie di versi privi di senso. Lei mi dice di seguirla. Ed io le sto alle calcagna. Non ho un piano preciso in questa città. Ho solo tanto tempo. Forse troppo tempo. Ci fermiamo d’avanti alla tomba di un certo Utrillo, ed io (mea culpa!) non ho la più pallida idea di chi sia.

“Grave! Era un genio! Voi giovani non avete il minimo interesse nei confronti della vera arte! Vi piace il cinema, la fotografia, il Rock and roll, ma avete mai provato ad ascoltare Ravel o Chaikoski? Avete mai provato a perdervi d’avanti ad un quadro di David?”

Fa un paio di scatti e poi insiste per offrirmi il pranzo. È strano. Ci conosciamo così poco. Ma insiste davvero tanto. Alla fine accetto, ma a patto che sia io a pagare. Finiamo in un ristorante poco distante dal cimitero. È quasi fantastico vedere tutta la gente che mi circonda, mangiare con disinvoltura. La vicinanza di un camposanto sembra non turbare l’appetito di nessuno. Ci sediamo. Il sole batte forte sull’asfalto asciutto. Siamo riparati sotto il tendaggio rosso del ristorante. Io sono un po’ nervoso. Tutta questa situazione è abbastanza strana.

“Tranquillo, non sto cercando di sedurti! Potresti essere mio nipote!”

E poi mi racconta di quanto sia triste alla sua età passare un’intera settimana in giro per cimiteri. Ha persino smesso di fumare. Ed ora, la sua voce si è fatta più tranquilla. Più rilassata. È come se si fosse creato un filo invisibile tra me e lei e stessimo parlando in bicchieri di carta.

 “perché ti racconto questo e perché proprio a te?”

Già, perché proprio a me? Parigi è piena zeppa di turisti a cui raccontare i propri cazzi.

“I tuoi occhi. Hai lo sguardo di qualcuno che non ha fretta!”

Non so se sia un complimento. Mi blocco un attimo per trovare la parole giuste, o meglio, per tradurre le parole giuste. Le chiedo da quanto tempo è a Parigi. Mi spiega che qui lei, ha la sua seconda casa. Poi mi sorride.

“E’ la prima volta che ci vieni, vero? Non puoi non innamorartene!”

Io questo lo so già, perché sono già innamorato di queste strade. Di questo posto.

“una volta che ti avrà portato via il cuore, sarà difficile riappropriartene!”

Io spero che sia così. Io sogno che sia così. Voglio che sia così. Ho bisogno di tornare a credere che ci sia qualcosa. Ho bisogno di tornare a sperare in qualcosa di unico. Eccezionale. Ho bisogno di ritrovare la mia strada. Ci sono cose molto più comuni che mi hanno portato via il cuore per molto meno. Ci sono cose molto più frivole che non hanno esitato a portarmi lontano. Qui l’aria che tira è diversa. Può capitarti di perdere la testa dietro a quartieri illuminati di un’aura secolare e misteriosa. In questi posti, ogni cosa ritrova il proprio fascino, anche la più squallida. Non puoi farci niente. Accade. E se provi a fermarti per un attimo, solo un attimo, un frammento di secondo, sta tranquillo che non ne esci più. E Barbara, con il suo fare materno, con i suoi sorrisi, con le sue gentilezze, sembra essersi fermata un giorno intero. Qualche anno fa. Nonostante tutto. Nonostante la malinconia. Nonostante la disperata solitudine. Nonostante i mille pericoli di un’anima errante. Di un’artista. La sua visione più bella ed allo stesso tempo più atroce di ogni minimo dettaglio. Di ogni piccola cosa. Il suo modo di vedere attraverso. Di andare oltre la semplice superficie delle cose. Così scontato. Così affascinante. Così pericoloso. Immaginare qualcosa e sentirla nascere, vivere nella propria mente. Assumere una consistenza concreta. Reale. Lei ha attraversato la soglia di tutto questo. Di questo dolce vagabondare che qualcuno si ostina a chiamare vita. Abbiamo tutti qualcosa da cercare in questa città. Abbiamo tutti un sogno da rincorrere, poco prima di svanire, sulla sottile linea che separa un ostinato desiderio di magia e il bisogno di un affetto concreto. Perché abbiamo tutti bisogno di riscaldarci un po’ ogni tanto. E lei sembra essersi incastrata. Di essere rimasta vittima o forse semplicemente prigioniera di tutta questa atmosfera. Di questo incantesimo che sembra non volerti lasciare andar via.

“Tu, da cosa stai scappando?”

Scappo dalla delusione. Da tutte quelle cose che credi siano semplici ed invece non lo sono. Dalla pioggia di fine estate, che ti fa capire che tutto passa. Che non esiste niente che sia realmente per sempre. Dovevo reinventarmi uno spazio. Dovevo trovare un angolino dove pisciare fuori tutti i miei pensieri. Dovevo comprare un biglietto per il prossimo spettacolo. Trovare il denaro per comprarlo. Lucidarmi l’anima. Ripulirla dall’angoscia. Ritrovare una vecchia persona. Perché cambiamo tutti prima o poi. E perdiamo sempre un po’ di noi stessi. Quando meno te lo aspetti. Ogni giorno, ogni minuto, ogni storia che viviamo, ogni persona che incrociamo lungo la nostra strada, ci segna in maniera definitiva. E so che non sarà mai come ieri. So che quello che ho lasciato, è andato perso, chissà dove, chissà quando, ma devo almeno tentare di incollare i  cocci. Devo tentare di salvare il salvabile.

“Qualcuno ti ha fatto del male, non è così?”

E Barbara, me lo chiede con un tono di voce strano. Come  se capisse alla perfezione. Come se ci fosse già passata. E qui capisco che stiamo diventando amici. In così poco tempo. Qui capisco che ci rivedremo. E non è una decisione. È qualcosa di innato. Spontaneo. È quella sensazione che ti fa essere te stesso, senza maschere. Senza trucchi. Non mi viene difficile raccontarle tutto, ma proprio tutto. Non mi viene difficile, spiegarle come sia difficile. Ho dato via la parte migliore di me stesso. Ho dato via i miei vestiti migliori. Ho dato via il mio sguardo migliore. Cosa ho avuto in cambio? Un pezzo di carbone umido. Ed ora, in questo posto cerco di barattarlo  con qualcosa di nuovo. Con qualcosa che mi riempia gli occhi di meraviglia. Con qualche nuovo sogno. Voglio solo una pelle splendida. È un po’ come quella vecchia canzone degli Afterhours.

E non conosco il francese. Non ho cartine. Non ho nient’altro che un abbozzo di fantasia su cosa potrebbe accadermi e forse, non ho neanche quello. È come partire all’avventura per un luogo ancora intatto. Inesplorato. Sperare di trovare qualcosa di nuovo.

“sei fortunato. La cosa migliore che può capitarti per queste strade è perderti!”