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Sofio Giancotti

La GeNtE sTa MaLe

...la mia vita è un po' più facile, ma è finta e non è bello...
17 June

L'uOmO cAmMiNaVa....

L'uomo camminava in maniera alquanto strana, sembrava seguire una linea, ma la linea non era poi così dritta. Ma l'uomo sussultava ad ogni passo come se quel passo fosse stato decisivo e la pioggia scendeva. Bagnava ogni cosa. Ma l'uomo non si fermava. Quante cose ci rendono simili. Se avesse avuto più tempo, avrebbe osservato ogni piccolo riflesso di luce invece si sarebbe accontentato di un piccolo ricordo in corsa. Con tutti quei fotogrammi ci avrebbe fatto un ricordo e con quel ricordo ci avrebbe fatto un sogno. Ma l'uomo camminava sul serio e le sue scarpe erano consumate ma si compiaceva sul serio perchè la strada percorsa era davvero tanta. Che non si faccia mai in modo che sia troppo tardi. Che non si faccia mai in modo che sia qualcun'altro a decidere sui veri percorsi,  perchè quell'uomo era nato con la bocca cucita ed aveva un unico rimpianto. Non il non potersi nutrire, non il non poter parlare, ma il non essere capace di sorridere  sul serio per le poche cose belle che  quella strada gli offriva. Ma l'uomo camminava verso una meta. Un obiettivo preciso. Un luogo lontano. Solo per poter dire a qualcuno "sono tornato". Solo per potersi risvegliare. Raccogliere frammenti. Incollarli in un vecchio album impolverato. Seppellirli nel giardino. Ricordare. Ricordare sul serio quando era bambino e tutto era diverso. La cioccolata era cioccolata. Le stelle erano stelle . Il latte prima di addormentarsi. Cerco ancora una tetta prima di chiudere gli occhi. Vogliamo bene sul serio adesso senza riuscire  a farci capire. Bastava un'abbraccio una volta. Bastavano due occhietti felici come nel giorno in cui pensi di aver scoperto babbo natale e la neve era "la Neve". E le fiabe erano fiabe. I sogni erano sogni. Ma l'uomo camminava facendo finta di crederci ancora e forse alla fine nel suo grande ritorno qualcuno lo avrà pure applaudito. E forse nel suo grande ritorno qualcuno lo avrà anche ammirato ma non  capirà mai le vere motivazioni per le quali era partito. E per quanta verità egli vi potrà raccontare, non sapremo mai cosa era andato a cercare. Eppure non serve a un cazzo rendersi conto di essere tornati se prima non ci si domanda se si è davvero partiti.
23 October

RiFlEsSiOnE aTtUaLe SuLl' ItAlIa DeLlE pAgNoTtE....

E' tornato il fascismo ed io ho paura....
V per Vendetta...
Avete presente?????
11 October

BoN sOiR....

Non ti sembra così lontano.Non ti sembra così vicino. E' solo un riflesso delle tue paure. Ridi. Per una volta di gusto. Cammino lungo la Senna con fare leggero.Ti sembra l'ultimo appiglio. Svegliami. Domani mattina svegliami. Ora voglio solo chiudere gli occhi e lasciarmi andare. Pete mi chiama. Mi passa una bottiglia di vino e poi risaliamo per il ponte. Qualcuno suona. Qualcuno fotografa il mondo e non si guarda alle spalle. Qualcuno sembra già lontano. Vacilla. Quì sono in oceano di parole, immagini. Madame bonheur,  Je suis triste... Mi tira su per il bavero della giacca. Le sento raccontare su un mare di pensieri. Dove comincia l'alba finisce una notte. Conosco un ragazzo Brasiliano. Pellington. Cambia nome ogni giorno ed è libero. Libero di sentirsi libero. Libero di sentirsi vivo. "Italiano?" . Annuisco. Campione del mondo!!!! e lo grida. Grida forte. Con tutta la voce che ha in corpo. E' felice senza il suo vero nome. Per un istante sono felice anche io, ma è una sensazione momentanea. Vuota. Leggera. Un po' mi stupisce. Un po' mi porta via... con se.... Madame bonheur, bon soir....  Si chiude una porta. Si apre un portone. Se una virgola fosse un punto. Se i ricordi ci potessero accompagnare in ogni piccolo istante. In ogni lacrima. In ogni sorriso. In ogni parola sussurrata. Raccontami una storia. Dolce lenta. Veloce come lo scorrere del sangue. Portami lontano Madame bonheur, Lontano.
01 October

CaRa PrOvViDeNzA.....

Perchè si sparisce, momentaneamente, anche quando non si vuole sparire... ovvero perchè la mia vita è un casino... ovvero, perchè mi sto beccando un esaurimento nervoso... ovvero....
Non so cosa ci faccia un punk depresso ogni mattina nel mio specchio. Lo osservo con fare sospetto e cerco il più possibile di rivolgergli domande alle quali non trovo reali risposte. Stamattina ho abbracciato mia madre, non riesco a dirgli un "ti voglio bene!" eppure, le voglio bene, sul serio. E' che si cresce, si cambia, si affoga, questo è tutto. Vorrei essere diverso. Vorrei essere uno studente diligente. Un figlio affettuoso. Un uomo, non un ragazzino. La mia crescita si è bloccata a sedici anni. Ho deciso. Mi tingerò i capelli di verde. Verde speranza. La speranza che i tuoi genitori, smettano finalmente di rompermi i coglioni... voglio scappare. Voglio scappare con te. Voglio portarti in un posto dove non siamo nessuno. Dove nessuno abbia da ridire nulla. Voglio andare lontano. Con te. Voglio vivere dove nessuno possa afferrare la mia mano. Voglio perdermi. Perdermi. Perdermi ed ancora perdermi. Per riprendermi ancora una volta con una vecchia super 8. Cambio i miei denti da latte. Ne lego uno ad uno spago. Lo attacco al collo, per non dimenticare quello che sono stato. Mio fratello continua a far finta che un automobile appariscente, sia la soluzione ai problemi del mondo. Sto perdendo questo gioco, ma mi restano le ultime carte. Cara provvidenza, non credo alle tue parole ricolme di speranze. Cara provvidenza, non so ancora quali tatuaggi hai progettato  sulla mia pelle nuova. Cara provvidenza... vaffanculo!!!!
P.s: Se  vi interessa, smetto di fumare quando voglio e cioè ogni notte intorno alle 02:00...
24 July

MeDiOcRiTà.....

Salve. Ci conosciamo? Se la matematica fosse un opinione, forse riuscirei a stare meglio con me stesso ed a far quadrare i miei bilanci universali. Purtroppo sono un numero, di un numero, fra tanti numeri, che alla fine si sommano a zero. Entro nel merito, ma la questione è sempre la stessa. Sono stanco. L'alternativo provinciale mi riempie il bicchiere di vino  ed io non capisco più un cazzo. Va meglio una serata con gli amici sfigati del circolo del grunge venduto a poco prezzo nei supermercati a basso prezzo della catena discount. Nei labirinti di un paese così piccolo che puoi esserne il re. Ma non mi importa  esserlo. Non voglio. Se fossimo tutti sullo stesso piano, ci potremmo lanciare  insieme. Canto per te che mi vieni a sentire.... Non essere qualcuno quì, per poterlo essere da qualsiasiasi altra parte. Oggi sono arrabbiato. Ma non fatemi sembrare assurdo o strano, perchè ne sarei più che contento... Tutto questo mi fa schifo. Tutto questo mi stanca l'anima. Voglio un mondo libero Voglio essere padrone delle mie scelte consapevoli. Cantate per una piazza gremita di amici e conoscenti, così non rischierete di essere tirati in ballo. Non rischierete che qualcuno mi scavi nel cuore violentandovi. Comprendendo quelle che sono le vostre reali intenzioni. Fuggite prima che sia troppo tardi. Scappate via. Nascondetevi, prima di essere contagiati. Servilismo. Privilegio. Non si muore di mediocrità. Purtroppo.
17 May

DoMaNi Mi AlZo NuOvO.....

Le frustrazioni del sabato sera. Arrivano sempre. In un paesino così piccolo arrivano anche prima. La mia bocca è secca per la tante spiegazioni che il mondo esige dai miei pensieri incolti. Vivo in quella dimensione che si trova "ai confini della realtà". E tu, stamattina, non passerai. Guarderai fuori da un finestrino troppo sporco che non pulirai. Con il un dito raschierai via la fuliggine disegnando un smile. Ecco cosa sei. Nella mia vita, nelle mie parole. Ecco cosa sei. Piangeranno ancora i salici in primavera? Oppure il vento porterà via tutte le lacrime? La mia vita ogni giorno, è una mattinata come tante. La mia vita ogni giorno, è un ritrovo perverso di follia. Megalomani. Esaltati. Esseri deliranti di onnipotenza. Una settimana che comincia sempre con la speranza che il sabato tu possa essere da qualche altra parte. Magari davvero nei caffè di Parigi o sul porto di Amsterdam. Ma non mi emoziona il  tramonto ormai da un bel pezzo. Ci rimangono male tutti. Ci restano secchi. Ma la domanda è: Chi sono? Chi sono davvero? Chi sono per mia madre? Chi sono per i miei amici? Chi sono per te, che mi hai piantato come un seme ed ora mi lasci crescere da solo? Chi sono per me stesso? Questa è la domanda migliore di tutti. Qualcuno sa davvero chi è per se stesso? La mia dentista, vorrebbe che io vivessi solo in funzione dei suoi appuntamenti. La mia dentista vorrebbe che mi si cariassero i denti ogni giorno. La mia dentista non mi lascia più andare. La mia dentista è fuori di testa. Pensa che una lampada al venerdì possa salvarla dall'oblio desolante dei Lions Club. La mia dentista dovrebbe ubriacarsi una volta o l'altra.  Devo rispondere a tutti. Ad ogni cosa. Ma io vorrei essere muto. Non vedete che non parlo senza retribuzione fissa? Non vedete che sono lontano dalla logica consumistica di una vita preconfezionata? Sto raccogliendo i cocci di una vita frantumata. Li sto raccogliendo tutti. Li sto raccogliendo anche per te, perchè ci credo. Non te ne accorgi? Voglio tornare indietro. Voglio indietro la mia adolescenza di coriandoli e metallo. Rivoglio gli Skunk Anansie. Rivoglio Dookie. Rivoglio Bruce Dickinson.  Rivoglio i miei capelli che mi sfiorano il culo. Rivoglio la mia coperta di Linus. Rivoglio Snoopy. Rivoglio il mio gatto ancora piccolo. Rivoglio Germi e Hai paura del buio. Rivoglio. Rivoglio. Rivoglio. Non ti danno indietro niente. Si va solo avanti. Avanti. Avanti. Sino all'alba del giorno dopo. Sino alla prossima stazione. Non si scappa. Non si scappa più. Ma vorrei un mondo diverso. Una vita diversa. Domani mi alzo nuovo. Domani. Le frustrazioni del sabato sera. Arrivano quando meno te lo aspetti, secondo una logica preordinata di eventi che  a noi è ignota. Ancora una volta. Voglio un'altra stronza rivoluzione...  Cado giu. Ho un po' paura.  Cado giù.
23 February

AvEvAmO mIlLe SpErAnZe...

Avevamo mille speranze. Le strade che percorrevamo in quella notte, ci avvolgevano calorose. La nebbia ci scivolava addosso come se non fossimo più fatti di carne e cenere. Plastica. Solo Plastica. Plastica lucida. Lubrificata. Plastica. Solo quello. Il cielo non aveva nuvole, e noi cercavamo di disegnarle con pennarelli fosforescenti. "Se fossimo i padroni del mondo?" mi chiese "Quì, in questo momento... tu cosa cambieresti?" ed io non risposi, anche se avevo già una risposta pronta. Se potessimo tirare fuori i nostri pensieri migliori ogni volta che lo desideriamo, estrapolarli dalla nostra anima così... nudi, crudi... senza adattamenti, senza specchi e intenzioni... se davvero potessimo.... forse riusciremmo ad essere davvero felici. Invece continuiamo a complicare tutto. La nostra vita. Le vite di tutti quelli che in ogni momento ci circondano. La verità, è che dovremmo avere il buon senso a volte di restarcene da soli. Di isolarci completamente dalle nostre tele immacolate, prima di scarabbocchiarci sopra qualcosa di insensato, ma dopo tutto, conosciamo troppo bene la pop art. E la tentazione di essere grandi artisti incompresi, è troppo forte per placarci. Forse il problema è tutto lì. Forse la soluzione a quell'enigma che mi attanaglia sin dalmio primo giorno di vita, è nascosta tra i colori di una tela senza un superficiale senso interpretativo. Dovremmo soltanto schizzarci sopra i nostri colori, ma solo i nostri colori migliori. Il problema è nella selezione. Il problema è che ci siamo accorti un bel giorno, di essere tutti un po' daltonici. Così, ci sedemmo là dove un giorno tutto sarebbe cominciato. Ci guardammo negli occhi mentre gli alberi ci imploravano di scioglierci. Ci sedemmo  e basta. Evitando. Evitando il mondo. Evitando di cascarci dentro ancora una volta. Evitando noi stessi. Eppure, eravamo lì. Soli. Dispersi, tra parole sincere, maschere di cera, e bugie catastrofiche. Eravamo lì ma cercavamo di tenerci lontani. Un palcoscenico. I nostri ruoli, completamente sbagliati. Desideravo essere il protagonista. Se davvero potessimo tirare fuori, tutto quello che ci gira davvero per la testa... Se davvero potessimo avere la piena consapevolezza, in ogni istante del momento. Della fine inevitabile di ogni secondo. Ora. Adesso. Non domani. Se davvero non ce ne dimenticassimo. Siamo così piccoli. Siamo così inutili a volte. E' sempre più comodo scappare.
26 January

MaRzO 2007

Gli angeli passano sopra la mia testa. Ti dico "Ciao", ti accenno un sorriso. Non vedo l'ora di allontanarmi da te per scoppiare a piangere. Affretto il passo. Il viso mi diventa di fuoco. Mi appoggio alla parete di un palazzo. Non sento più le gambe. Mi accascio su me stesso e scoppio. Vorrei urlare. Vorrei distruggere ogni fottuta macchina parcheggiata in questa strada. Ripenso a quanto  eri bella. Ripenso a quando mi chiederanno di te, della fine della nostra amicizia e tutto quello che farò sarà abbozzare un sorriso e dire: "Lei è speciale!". Mentre dentro il mio cuore ormai morto rivorrà indietro il suo padrone. Stai con lui, se sei felice. Stai con lui. Mi inventerò qualcosa per andare avanti. Dimenticherò i tuoi  "ti amo" e mi chiederò cosa cazzo ci faccio io su questa fottutissima terra, perchè oggi so che non è per sempre. Perchè oggi so che muoriamo tutti dentro quando perdiamo qualcosa di realmente importante. Non sarà mai più la stessa cosa. E ripenso a quel bacio affrettato, e ripenso alla felicità. Mi mancherà. Mi mancheranno le tue battute sugli esseri mitologici che circondano la mia vita. Mi mancherà la tua risata quando avrò sparato l'ennesima cazzata. Mi mancherà la "noia" dei nostri pomeriggi. Mi mancheranno i tuoi occhi dolcissimi e perennemente assonnati. Mi mancheranno le tue unghie finte. Mi mancheranno. Qualcosa si allontana. Vedo uscire sogni di plastilina, carezze di cioccolato. Parole. Parole. Parole. Diventiamo tutti un po' grotteschi quando soffriamo. Diventiamo tutti un po' più vecchi. L'essenza non regge la pesantezza di un bacio infranto. Gli occhi si incupiscono e perdono le percezione della luce. Ed il tempo rallenta il battito cardiaco delle giornate. Metto gli auricolari. Cercherò su di me... la tua pelle che non c'è.... E tu resti lì. Sola. Con le tue lacrime tra le mani. E capisco che questa non è la scena di un film. Non mi rincorrerai. Non  urlerai il mio nome alle mie spalle. Non bloccherai il mio passo trasandato. Non bloccherai il ritmo di questa canzone. Come un cane che lascia i suoi bisognini, io cago il mio cuore su questo prato. Domani è un altro giorno. Sto per morire.
11 January

Un Pò Di PaSsAtO.... (dedicato a quel gabbiano che mi ha più volte indicato la strada....)

 Decido di andare per cimiteri. Non so perché. Se fossi a casa, una cosa del genere, mi riempirebbe di angoscia e di depressione. Qui la cosa mi sembra affascinante. Attraente. Ho una lista di persone che vorrei andare a trovare. È strano se penso che è più di un anno che non faccio visita a mio padre. Io che non ho mai creduto davvero in dio. Io che in prima elementare sono stato preso a ceffoni da una suora per aver espresso d’avanti ad un’intera classe il mio pensiero. Non ci credo. Non ci crederò mai. Non esiste nulla dopo la morte e se esiste, nessuno di noi è in grado di fornirci davvero risposte dettagliate. “Voglio parlare con tua madre!” . Non ho di certo cambiato idea. Ed ancora oggi, mi chiedo perché se uno è buono debba andare in cielo, il prima possibile, perché dio lo vuole con sé. Forse dio non si è mai chiesto come debba essere crescere senza un padre. Ma lui è buono e misericordioso.

Decido di andare per cimiteri, perché è un altro angolo fantastico di questa città. Decido di cominciare con Truffaut. Decido di cominciare con uno dei grandi poeti della macchina da presa. Ed è mera curiosità. Solo curiosità. Chiedo alla donna dell’ostello dove si trovi. Montmartre. Dieci minuti di metropolitana con il solito cambio di linea alla stazione Franklin Roosvelt. Neanche un minuto su una funicolare e sono a le Sacre Coeur. Per salire sino alla basilica, c’è una ripida scalinata che non è per niente l’ideale per un fumatore accanito come me. Sui due prati che costeggiano la scalinata, gente supina che scrive, disegna, legge o semplicemente è pancia all’aria che osserva distrattamente il cielo con una sigaretta incastrata tra le labbra. In cima alla scalinata, chiedo per il cimitero. Mi dicono di andare a sinistra e di scendere la scalinata vicino al piccolo monumento in onore di Dalida. Lì ci sarà sicuramente qualche indicazione. Eseguo nel dettaglio ogni piccola mossa. Scendo le scale e mi ritrovo di fronte ad un piccolo parco. Ci entro. C’è una fontana. Bevo un po’ d’acqua e mi siedo ad una panchina. D’avanti a me una statua. Non c’è scritto niente. Sono un uomo ed una donna che si baciano. Osservo la statua. Rifletto su quanto, tutti i cliché su questa città, siano tutti veri. Davvero. Basta farsi un giro sulla metropolitana, per inciampare in situazioni romantiche, perfette. Se poi fate una camminata lungo la Senna, quando il sole è scomparso ormai da un bel pezzo, vi renderete conto di quanto sia difficile non essere innamorati a Parigi. Le strade ti avvolgono in un’atmosfera da romanzo epistolare. La Senna sembra chiamarti sui suoi cigli e ti invita a perdere lo sguardo verso chissà quale fantasia. Le luci tenue di questa città, alla sera, che si riflettono su questo specchio di acqua scuro. Non è difficile credere nell’impossibile. Tutto ti sembra un po’ magico. È qui. È qui che vedi l’amore, quello vero. Etnie diverse che si uniscono in un abbraccio eterno. Cinquantenni che si rincorrono e si baciano come se fossero adolescenti impazziti. Vecchietti ricurvi, appesantiti su bastoni forse troppo piccoli, che si contorcono nel tentativo di un ulteriore gesto d’affetto. Omosessuali che non nascondono la propria inadeguatezza. Qui, a volte, c’è solo amore, ed è difficile girare lo sguardo e guardare altrove, perché è riflesso ovunque. Su questo piccolo parco. Su questa statua. Al buio diventa anche peggio. È allora che cominci a sentirti triste. È allora che cominci a sentirti solo. È allora che la malinconia ti rapisce verso nuovi pensieri. E non sto parlando di qualcosa di negativo. Vorresti averne un po’. Berne qualche piccolo sorso, ma ti resta sempre la speranza di esserne contagiato. Anzi. Non vedi l’ora che ciò accada. La Parigi che preferisco è questa. Non quella dei musei, delle stazioni, delle chiese. Quella della notte. Quella dell’atmosfera. Quella delle case anonime ma singolari. Quella del mondo, racchiuso in una città che non è mai troppo piccola e mai troppo uguale a se stessa.

Mi alzo dalla panchina ed esco dal parco. Trovo un cartello per il cimitero. Ne seguo la direzione ed in una piccola stradina, mi ritrovo alle porte di un piccolissimo cimitero. L’ingresso, sembra quello di una base militare, con relativo gabbiotto marrone. Entro. Sono quasi le due del pomeriggio. Non c’è nessuno. È vuoto deserto. Nessuna piantina all’ingresso che mi indichi dove sbattere la testa. Per quanto piccolo sia questo cimitero, se voglio trovare Truffaut, dovrò avere fortuna. Inizio a fare lo slalom tra le tombe. Sono tutte tombe moderne. Non è facile trovare qualcosa. Alla fine mi accorgo di una signora. Sulla

 cinquantina. Aspetto materno. Un cappello da giardiniere in testa, un foulard al collo. Sta facendo

delle foto. Una macchina fotografica considerevole. Credo si tratti di una vecchia reflex. Mi avvicino. È inglese e questa per me, che di francese conosco solo quattro parole striminzite, è una grande fortuna. Le chiedo dove sia la tomba di truffaut, mi dice che ho sbagliato cimitero. A mont martre ce ne sono due. Quello in cui mi trovo in questo momento e l’altro a Pigalle, alle spalle del Moulin ROUGE. Mi chiede se sono tedesco. Io le dico di essere italiano.

“Mi piace l’Italia.” Mi dice nel suo inglese impeccabile. Poi aggiunge, ma questa volta in italiano: “Ti amo!” e mi spiega che è l’unica frase che conosce della mia lingua. “è la lingua in cui questa frase suona meglio!” mi spiega. Il mio inglese è basilare, nonostante ciò, riesco a capirla ed a farmi capire. Poi mi chiede cosa ci  faccia uno come me alle due del pomeriggio in un cimitero. Dovrei essere in posti più divertenti. È la stessa cosa che mi chiedo anche io, ma alla fine credo di aver bisogno di una dose di posti strani, particolari. Di volermi prendere una pausa dalle varie cattedrali.  Non è male fare un giro in questi cimiteri. Profumano di storia. Di passato andato a male. È come avere una macchina del tempo. Viaggiare attraverso gli ultimi duecento anni. Sembra meno noioso tra queste tombe decadenti. Tra queste rappresentazioni macabre del breve passo della vita.

“Sei un turista?” mi chiede.

No. Sono solo un visitatore casuale. Sono solo un uomo che cerca di perdere il suo tempo. Un uomo che cerca di perdersi. Un uomo che cerca di cancellare tante cose. Non so perché sono qui. Non so cosa ci faccio. Ci sono. Questo è tutto quello che ho di concreto. Questo è tutto quello che posso dare per scontato.

“Ed allora, che ci fai qui?”

Le pongo la stessa domanda. È una fotoreporter o qualcosa del genere. Lavora per un giornale inglese. Deve fotografare tombe importanti. Tombe di persone famose. Una fotografa professionista. È la prima volta che ne incontro una. In un paesino di provincia come il mio, professioni del genere sono leggende. Chimere. Questa  donna dall’aspetto materno, si chiama Barbara. Ha cinquantadue anni e nella sua vita, mi spiega, è stata fortunata, perché ha fatto esattamente tutto quello che voleva fare. “è importante” mi dice “la felicità sta nella realizzazione dei propri sogni!”. Io non so cosa sia la felicità, ma annuisco, facendo finta di capire alla perfezione di cosa sta parlando. Forse sono qui, proprio per questo.

“Non hai la faccia di uno molto felice!” poi mi chiede scusa. “A volte sono troppo invadente!”ed io le sorrido, ma solo perché intuisco quali siano le sue intenzioni. Nel mio inglese maccheronico, tutto quello che ho sentito, risuona come una serie di versi privi di senso. Lei mi dice di seguirla. Ed io le sto alle calcagna. Non ho un piano preciso in questa città. Ho solo tanto tempo. Forse troppo tempo. Ci fermiamo d’avanti alla tomba di un certo Utrillo, ed io (mea culpa!) non ho la più pallida idea di chi sia.

“Grave! Era un genio! Voi giovani non avete il minimo interesse nei confronti della vera arte! Vi piace il cinema, la fotografia, il Rock and roll, ma avete mai provato ad ascoltare Ravel o Chaikoski? Avete mai provato a perdervi d’avanti ad un quadro di David?”

Fa un paio di scatti e poi insiste per offrirmi il pranzo. È strano. Ci conosciamo così poco. Ma insiste davvero tanto. Alla fine accetto, ma a patto che sia io a pagare. Finiamo in un ristorante poco distante dal cimitero. È quasi fantastico vedere tutta la gente che mi circonda, mangiare con disinvoltura. La vicinanza di un camposanto sembra non turbare l’appetito di nessuno. Ci sediamo. Il sole batte forte sull’asfalto asciutto. Siamo riparati sotto il tendaggio rosso del ristorante. Io sono un po’ nervoso. Tutta questa situazione è abbastanza strana.

“Tranquillo, non sto cercando di sedurti! Potresti essere mio nipote!”

E poi mi racconta di quanto sia triste alla sua età passare un’intera settimana in giro per cimiteri. Ha persino smesso di fumare. Ed ora, la sua voce si è fatta più tranquilla. Più rilassata. È come se si fosse creato un filo invisibile tra me e lei e stessimo parlando in bicchieri di carta.

 “perché ti racconto questo e perché proprio a te?”

Già, perché proprio a me? Parigi è piena zeppa di turisti a cui raccontare i propri cazzi.

“I tuoi occhi. Hai lo sguardo di qualcuno che non ha fretta!”

Non so se sia un complimento. Mi blocco un attimo per trovare la parole giuste, o meglio, per tradurre le parole giuste. Le chiedo da quanto tempo è a Parigi. Mi spiega che qui lei, ha la sua seconda casa. Poi mi sorride.

“E’ la prima volta che ci vieni, vero? Non puoi non innamorartene!”

Io questo lo so già, perché sono già innamorato di queste strade. Di questo posto.

“una volta che ti avrà portato via il cuore, sarà difficile riappropriartene!”

Io spero che sia così. Io sogno che sia così. Voglio che sia così. Ho bisogno di tornare a credere che ci sia qualcosa. Ho bisogno di tornare a sperare in qualcosa di unico. Eccezionale. Ho bisogno di ritrovare la mia strada. Ci sono cose molto più comuni che mi hanno portato via il cuore per molto meno. Ci sono cose molto più frivole che non hanno esitato a portarmi lontano. Qui l’aria che tira è diversa. Può capitarti di perdere la testa dietro a quartieri illuminati di un’aura secolare e misteriosa. In questi posti, ogni cosa ritrova il proprio fascino, anche la più squallida. Non puoi farci niente. Accade. E se provi a fermarti per un attimo, solo un attimo, un frammento di secondo, sta tranquillo che non ne esci più. E Barbara, con il suo fare materno, con i suoi sorrisi, con le sue gentilezze, sembra essersi fermata un giorno intero. Qualche anno fa. Nonostante tutto. Nonostante la malinconia. Nonostante la disperata solitudine. Nonostante i mille pericoli di un’anima errante. Di un’artista. La sua visione più bella ed allo stesso tempo più atroce di ogni minimo dettaglio. Di ogni piccola cosa. Il suo modo di vedere attraverso. Di andare oltre la semplice superficie delle cose. Così scontato. Così affascinante. Così pericoloso. Immaginare qualcosa e sentirla nascere, vivere nella propria mente. Assumere una consistenza concreta. Reale. Lei ha attraversato la soglia di tutto questo. Di questo dolce vagabondare che qualcuno si ostina a chiamare vita. Abbiamo tutti qualcosa da cercare in questa città. Abbiamo tutti un sogno da rincorrere, poco prima di svanire, sulla sottile linea che separa un ostinato desiderio di magia e il bisogno di un affetto concreto. Perché abbiamo tutti bisogno di riscaldarci un po’ ogni tanto. E lei sembra essersi incastrata. Di essere rimasta vittima o forse semplicemente prigioniera di tutta questa atmosfera. Di questo incantesimo che sembra non volerti lasciare andar via.

“Tu, da cosa stai scappando?”

Scappo dalla delusione. Da tutte quelle cose che credi siano semplici ed invece non lo sono. Dalla pioggia di fine estate, che ti fa capire che tutto passa. Che non esiste niente che sia realmente per sempre. Dovevo reinventarmi uno spazio. Dovevo trovare un angolino dove pisciare fuori tutti i miei pensieri. Dovevo comprare un biglietto per il prossimo spettacolo. Trovare il denaro per comprarlo. Lucidarmi l’anima. Ripulirla dall’angoscia. Ritrovare una vecchia persona. Perché cambiamo tutti prima o poi. E perdiamo sempre un po’ di noi stessi. Quando meno te lo aspetti. Ogni giorno, ogni minuto, ogni storia che viviamo, ogni persona che incrociamo lungo la nostra strada, ci segna in maniera definitiva. E so che non sarà mai come ieri. So che quello che ho lasciato, è andato perso, chissà dove, chissà quando, ma devo almeno tentare di incollare i  cocci. Devo tentare di salvare il salvabile.

“Qualcuno ti ha fatto del male, non è così?”

E Barbara, me lo chiede con un tono di voce strano. Come  se capisse alla perfezione. Come se ci fosse già passata. E qui capisco che stiamo diventando amici. In così poco tempo. Qui capisco che ci rivedremo. E non è una decisione. È qualcosa di innato. Spontaneo. È quella sensazione che ti fa essere te stesso, senza maschere. Senza trucchi. Non mi viene difficile raccontarle tutto, ma proprio tutto. Non mi viene difficile, spiegarle come sia difficile. Ho dato via la parte migliore di me stesso. Ho dato via i miei vestiti migliori. Ho dato via il mio sguardo migliore. Cosa ho avuto in cambio? Un pezzo di carbone umido. Ed ora, in questo posto cerco di barattarlo  con qualcosa di nuovo. Con qualcosa che mi riempia gli occhi di meraviglia. Con qualche nuovo sogno. Voglio solo una pelle splendida. È un po’ come quella vecchia canzone degli Afterhours.

E non conosco il francese. Non ho cartine. Non ho nient’altro che un abbozzo di fantasia su cosa potrebbe accadermi e forse, non ho neanche quello. È come partire all’avventura per un luogo ancora intatto. Inesplorato. Sperare di trovare qualcosa di nuovo.

“sei fortunato. La cosa migliore che può capitarti per queste strade è perderti!”

18 December

NeL cUoRe Di Un ElEfAnTe....

Ed ancora una volta inseguo libellule fatate. Ancora una volta...ma la  stanza aveva un aspetto confuso... un misto di sogno e disperazione... un appiglio di oscurità.... la sua pelle scorreva sotto le mie dita come fosse seta ed in quella seta, avrei voluto avvolgermi. Ricordo la condensa di respiri. I sussulti improvvisati e poi quelle parole. Ti amo. Le pareti sarebbero dovute cadere.  Come il sipario di uno spettacolo teatrale, lo spettacolo più bello del mondo. La presi per i fianchi. La strinsi a me. La vita viaggia veloce a volte. I dettagli si perdono come schegge di noi stessi.  Come un meteorite che perde massa prima della collisione. Le vedi le stelle che ci cadono addosso? Le vedi? Come può la vita bloccarci di colpo, sorprenderci e poi ripartire... come può? Un giorno sarò una persona diversa. Un giorno.
La stanza aveva un non so chè di indaco e argento. Un'aura luminosa che solo io potevo vedere. Eppure, tutto era avvolto nella penombra. Un vento blù notte ci spingeva più in là ed i nostri occhi ricominciavano a cercarsi. Un odore di sabbia e stelle ricopriva le lenzuola umide. In ogni angolo di quel pavimento risiedeva un vecchio ritornello. Una vecchia canzone troppo stonata, ma dolce come le lacrime di angelo che assapora per la prima volta la vita. Tutto scorreva nello spazio concesso al nostro fuoco per bruciare, sino a comprendere che i punti più bui di una stanza, sono quelli in cui non abbiamo seminato ricordi. Ed inizi a sentire di appartenere a qualcuno, a qualcosa, ma solo perchè tu hai scelto di inseguire qualcosa che non credevi essere reale.

La stanza era un buco nel cuore di un elefante. Il calore emanato non era concesso a chiunque ne avesse oltrepassato la soglia. C’erano regole precise e precisi erano gli attimi abbozzati di ogni nostro gesto. Il suo corpo era una nuvola a cui attaccarmi. I suoi occhi, distese verdi in cui rotolarmi senza il più piccolo pensiero. E’ lì che vorrò vivere un giorno. E’ lì che mi abbandonerò un giorno inseguendoti all’infinito. La sua pelle umida. Quel profumo che solo lei aveva. L’avrei fermata sul più bello. L’avrei fermata. A volte fa bene rimandare la bellezza degli eventi. L’attimo finale di qualcosa che vorremmo durasse all’infinito. Ancora una volta mi strinse la mano e guardandomi negli occhi si perse ogni pensiero. Avrei voluto dirglielo. Fermarla e dirglielo. Sono tuo. Solo tuo. Mi uscirono solo due parole. Mi lasciai dietro tutte le sfumature. Ma quando sarai lontana, ricordati. La pioggia ci ha investiti in un tiepido pomeriggio di maggio. Ricordati dei miei occhi nei tuoi occhi. Le tue parole nelle mie parole. Quel cane che ci portò lontani. Ricordati. Tutto quello che non le dissi riecheggia come poesia rarefatta in un cielo troppo piccolo.

 

Mi mancano già i tuoi attimi di panna e cielo. Mi mancano.

 

01 December

In FeDe SoFiO....

 Quante storie si nascondono dietro due mani che si stringono? Quante strade passano attraverso un abbraccio? L'andamento veloce del tempo scalfisce i dettagli di vite casuali... di eventi irrisolti... di parole lente... lontane...  quante storie degne di essere raccontate restano tacite, silenziose, racchiuse tra due parentesi fatte di carne, sangue, ossa. Una volta mi divertivo ad osservare i particolari... sguardi... silenzi.... violenze non dette di animi irrequieti... vedevo un uomo una donna e capivo... una volta quegli e due dovevano essere amanti, poi... ed ogni volta mi meravigliavo. Mi meravigliavo della bellezza nascosta dietro le cose non dette, offuscate. A volte mi spaventavo e mi spavento ancora. La paura di silenziosi sguardi che alimentano pensieri proibiti, trasandati, a volte forzatamente repressi. Perchè ogni storia è diversa da un'altra ed ogni volta non è mai la stessa storia. Ho una paura immensa di quello che può diventare l'animo umano quando una nuvola di fuliggine nera offusca il sole. Ho paura. Avrei voluto essere invisibile. A volte. Per seguire l'andamento nascosto di decine di vite. Come quella volta che nel sottopassaggio della stazione quei due si scambiavano  le loro lacrime ed allora io mi chiedevo se quello che stava accadendo d'avanti ai miei occhi, non fosse per sempre. Era una perversione, la mia, malata, assuefatta dalla fantasia e dall'immaginazione di voler conoscere i perchè o per lo meno immaginarli. Conoscere i meccanismi di ogni vita consequenziale. Chiedermi come mai nessuno fosse mai riuscito a racchiudere tanta bellezza in un artefatto... chiedermi cosa sarebbe accaduto dopo... come l'ultima scena di Casablanca... gli addii nei film, sono davvero degli addii? La verità a volte si spoglia della bellezza dell'immaginazione e resta così... nuda, cruda, violentata. Resta solo la delusione... altre volte è talmente bella che vorremmo fermare il tempo solo per esserne spettatori il più a lungo possibile...  avessi avuto una macchina fotografica, avrei rubato ogni momento... ogni istante, anche se non è in mio diritto... la bellezza degli eventi... delle storie.... la bellezza dei silenzi... degli sguardi... del non detto... del mistero che si cela dietro ogni piccolo gesto, ogni piccola mossa involontaria... la bellezza del decadente procedere del tempo.... della vita stessa che ci rende spettatori prigionieri di storie. Storie che alla fine si mescolano ogni giorno involontariamente. Storie. Un enorme romanzo in cui ognuno di noi scrive il proprio capitolo, senza rendersene conto... senza scegliere le parole, deciderne i contenuti, correggerne almeno la grammatica, gli errori. E' assurdo. Perchè dietro ogni vita, c'è sempre una storia degna di essere raccontata.
 
In fede
       Sofio
16 October

cHe CaZzO hO sCrItTo 2

Chi ha detto che si vive una volta sola, per poi scoprire che si muore una volta sola... come guadare le nuvole e chiedersi se ci cadranno prima o poi addosso... non è facile stare in piedi senza perchè fantomatici che a volte sembrano lontani come stelle... Mi sono alzato una mattina per scoprire che natale era passato da un pezzo. Ed ora voglio solo bruciare accanto a chi mi tiene per mano, accanto a chi cancella il bianco e nero e mi porta un po' di technicolor. Sei tu, ma non posso ripetermi, perchè mi piacerebbe nasconderlo al mondo solo per poter essere la scossa più forte della tua vita. Una di quelle scosse che ti uccidono. Che non te le scordi dieci minuti dopo che hai staccato le dita dalla presa.... e cantano un po' tutti canzoni tristi e malinconiche mentre il mondo scivola addosso a chi continua a rincorrere speranze e le respira... tutte. Non mi giro tanto facilmente dietro ad un culo da oscar. Non cerco rispostine che le lacrime spegneranno. Ho solo voglia di bruciare accanto a chi mi stritola il cuore, mentre me lo lecca dolcemente e mi sussurra di un amore vero che posso toccare. Se spengo la luce, Lou saprà dirmi se Jack fa ancora il banchiere, se non è già morto affogato in una bottiglia e se Jane è ancora così dolce? Se troppo Rock non l'avrà uccisa in un'overdose del giovedì sera mentre giocava ancora a fare la ragazzina... come si cambia? Come si cresce senza farsi del male? Senza sentirsi liberi almeno una volta di sputare su tutto quello che siamo stati?
17 September

ChE cAzZo Ho ScRiTtO?????

L'estate che mi porta via un po' di lucidità. Le strade sempre uguali di un posto che mi ha visto crescere  non cambiano. Le mie mani invece sono ancora un po' più grandi di come le ricordavo. Mi è capitato spesso di perdermi, immaginando che stessi volando su uno spazio indefinito. Le cose che tornano. Parigi. E' un remake, ma migliore dell'originale. Un po' torno indietro di un anno quando in questi posti tu eri solo un fantasma. Le cose che non muoiono. Ricordi? Me lo hai detto tu che non possiamo mai programmare le cose più belle, che a volte ho bisogno anche io di un po' di casualità, ma non lo do a vedere. E dove sto andando? I miei occhi adesso piangono per gioia inaspettata. Sto sognando con le tue labbra sui miei occhi. Non potevo dirlo. Non potevo sapere come avresti sciolto la triste cera di una candela mangia fumo alla noia. Ora so già da un po' di tempo che se non riuscissi a sentire la tua vita scorrermi dentro, mi spegnerei. Ed allora a volte avremmo solo bisogno di fuggire. Da tutto. Da tutti. Dal mondo che ci insegue. Avremmo bisogno davvero di lasciarci trascinare. Lasciarci spingere. Torno indietro ogni giorno con la memoria affinchè il momento seguente sia migliore di quello prima. Salvami se puoi. Tu che conosci le mie camere oscure in cui sviluppo frammenti del nostro passato. Come potevamo essere così lontani se adesso siamo così vicini? Come potevo vederti senza sfiorare le tue parole di cristallo? E tutto passa. Noi passiamo. Siamo lontani dal centro del nostro inferno. Grattacieli invisibili assistono al nostro spettacolo. Sono felice. Lo avresti detto? Tienimi stretto, prima che il vento mi allontani. Tienimi stretto. Io non ti lascio andare più.
11 July

ScOpA dA dIo!!!!

Sara mi porta in un vecchio bar del centro. Fuori ci sono due miei vecchi amici del liceo. Li saluto velocemente, poi entro. Ci sediamo. Lei è silenziosa, ma non come  le altre volte. C’è qualcosa di diverso nel suo silenzio. È il silenzio di chi pensa a qualcosa di troppo difficile. È il silenzio di chi ha mille matasse da sbrogliare. Le prendo la mano. La guardo negli occhi. Che c’è?
“Niente!” La risposta non spegne la mia curiosità. C’è qualcosa che non va, un conto che non torna. Lo so. Basta guardarti negli occhi per capirlo. Ma lei continua a dirmi che in realtà, va tutto bene. Io so che non è così. Forse non la conosco così bene come credo. Forse i suoi misteri sono in fondo al suo animo decadente. Forse io non so proprio un cazzo di lei, ma capisco sempre quando c’è qualcosa che non va. Usciamo. Ci sediamo di fronte al bar. Su uno scalino, d’avanti ad un vecchio portone. Lei si accende una sigaretta e non dice nulla. Il suo silenzio, mette in moto meccanismi angoscianti. Insisto. Qualunque sia il problema, io posso capirlo. Qualunque sia il problema, io posso davvero aiutarla. Mi farei in mille pezzettini se fosse necessario. Venderei l’anima al diavolo. Mi taglierei un braccio.
“No, non potresti capire.” E me lo dice come se io davvero non contassi nulla. Come se davvero, io fossi tenuto a farmi gli affaracci miei e basta. Stop. Non mi deve interessare. Sono problemi suoi. Problemi che io non potrei capire. Poi comincia a piangere ed io insisto. In realtà, non so cosa fare. In realtà, non so come reagire. È la mia prima, vera, storia importante. La prima volta che mi sento davvero libero con qualcuno accanto. La prima volta che apro davvero le porte del mio universo ed invito qualcuno ad entrare. La prima volta. Cerco di abbracciarla, lei mi dice di lasciarla stare. Io le chiedo cosa è uscita a fare. Io mi chiedo cosa le giri per la testa. Io mi chiedo cosa diavolo stia succedendo ed inizio a temere il peggio. Inizio a pensare che le sia successo qualcosa di veramente brutto. Che abbia una malattia incurabile. Non so cosa fare. Le dico che qualunque sia il problema, io la aiuterò. E lei mi ripete che non potrei capire. Ed io non so se andarmene e lasciarla là, da sola con i suoi problemi incomprensibili, oppure…
Non lo so. Ma le ripeto che non ci saranno ostacoli. Ed allora lei, mi chiede cosa me ne freghi dei suoi problemi. Allora io  mi alzo, perché sono stanco. Ma davvero stanco. Mi sono stufato dei suoi stupidi atteggiamenti da ragazzina viziata. Mi sa che finisce qui. Ed io, questa bambina viziata, la amo. Ma la amo davvero. Non è un amore di circostanza. Non è un’idealizzazione della mia coscienza. Io vedo il sogno fondersi alla realtà, nei suoi gesti, nei suoi movimenti. Nelle sue parole. Nelle sue paure andate a male. Nelle sue sovversive crisi di coscienza. Mi ci specchio dentro, come se fosse uno specchio di acqua affascinante. Limpido. Pulito. Eppure me ne sto andando, la sto lasciando sola con i suoi pensieri. Lasciandola sola con se stessa. Voglio che capisca. Voglio che una volta tanto capisca. Non sono una comparsa pagata poco. Io voglio un ruolo da protagonista. E lei, sta per darmi questo ruolo, solo che ancora non lo so. Sta scrivendo una sceneggiatura per me. Un bel film dell’orrore, ma questo io ancora non lo so. Mi fermo un attimo. Vorrei dirle qualcosa, ma alla fine, decido che non sarebbe il caso. Mi avvio verso la piazza, quando lei mi chiede di tornare indietro. Mi implora. Io non ho bisogno di sentirmelo dire due volte. Torno a sedermi là, accanto a lei. Proprio accanto alle sue lacrime. Mi guarda negli occhi.
“Ti farà male!”
Io non riesco proprio a capire dove stiamo andando. Io non riesco neanche lontanamente a percepire cosa sia successo realmente. Io non lo so. Non posso saperlo. Le chiedo di parlare.
“Non voglio perderti!”
La rassicuro. Non mi perderai. Te lo giuro. Non mi perderai. Fosse la cosa più brutta di questo mondo, non mi perderai. E glielo giuro cinque… dieci… cento volte. Ed è davvero una fortuna che tutte quelle cazzate che mi hanno insegnato da piccolo al catechismo, non abbiano mai avuto nulla a che fare con la nuda e cruda verità. Pensando a quello che sarebbe successo dopo, credo che se tutte quelle cazzate fossero state vere, allora io sarei diventato davvero un uomo maledetto. Perché in circostanze come queste è come giocare ad una mano di poker con il buio. Non sai mai quanto ti
convenga, implicarti nel gioco.
“Ho conosciuto un ragazzo in chat” inizio a pensare al peggio. Ma questa volta il peggio per me, non per lei. È come se avessi giocato tutta la mia vita su un cavallo morto. Il problema è che, quando pensi al peggio, cerchi sempre di pensare al meno peggio. Ovvero, quando pensi al peggio non immagini mai il peggio del peggio. Ecco. Io non sto pensando assolutamente al peggio del peggio. Sto solo pensando al peggio. E sto male. Sto già male. Non immagino neppure lontanamente come mi sentirò tra qualche istante. Non immagino neppure lontanamente che tra qualche istante, desidererò non aver mai vissuto questa giornata.
“Scopa da dio!” Scopa da Dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da Dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da Dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da Dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da Dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da Dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da Dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da Dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da Dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da Dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da Dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da Dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da Dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da Dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da Dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da Dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da Dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da Dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da Dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da Dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da Dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da Dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da Dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da Dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da Dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da Dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da Dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da Dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da Dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da Dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da Dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Come fai a saperlo?
“Mi ha presa e…”. Qui comincia. L’inferno. Tutto l’inferno minuto per minuto. Per minuto….per minuto… per minuto. Parte come mille aghi sulla mia pelle. Si insinuano. A fondo. Sino alle zone più dolorose della mia carne. Le chiedo una sigaretta. Non ho mai fumato. Non ho mai fatto un tiro da una sigaretta. Mai. L’accendo e non tossisco. Non pensavo fosse così bello. Fumare. Non credevo fosse così stupendo farsi del male.
Qual è il tuo problema? Ti senti in colpa? Fai bene. Fai infinitamente bene, cazzo. E lei, continua. “Devi sentire!” mi dice. Voglio che tu capisca. È sesso violento. Sesso sfrenato. Sesso senza limiti. Sesso eccezionalmente stimolante. Sesso da film porno. Ma è solo sesso. Sesso. Non è nient’altro che sesso ed io mi chiedo come sia possibile. Mi dice di quanto sia bello il sesso anale non lubrificato ed ad ogni sua parola, io sono un metro più vicino al centro della terra. Mi dice di quanto il sesso orale, sia più stimolante se qualcuno ti pompa la testa come se fosse un mantice. Ad ogni sua parola, mi immagino danzare con cento diavoli, mentre un orco a tre  teste cerca di sodomizzarmi. Ad ogni sua parola, qualcosa in me muore e sento che viene spazzata via dal vento caldo. Bollente. Mi chiedo davvero come sia possibile. Scambiare piccoli oggetti di poco conto per un pugno di monete d’oro. Qualcosa di immenso. Tutto il mio amore. Tutto l’amore del mondo.
“no, non mi sento in colpa, perché ne valeva la pena!”
 Fine primo tempo. Fine della prima sigaretta della mia vita. Inizio della seconda. Le sequestro il
pacchetto. Mi sembra il minimo. Sono nervoso. Agitato. Incazzato. Sono vuoto. Mi sento svuotato.
Prosciugato. Un involucro inutile. Questo è il peggio. Questo è l’inferno. Le ho dato la mia completa fiducia. Le ho dato l’anima. Ora mi resta solo qualche spicciolo per il caffè ed un pacchetto di sigarette mezzo vuoto. Non ho nient’altro.
“Gli ho chiesto se potevamo rivederci. Gli ho detto che dovevamo rifarlo una volta o l’altra e lui mi ha cacciata. Mi ha trattata come se fossi stata una troia, capisci?”
Capisco. Immagazzino. Somatizzo. Resto senza parole. Ingoio la mia lingua involontariamente. Si blocca. Paralizzata. Inutilmente viva. Inutilmente stupida per aver detto tante cose. Troppe cose. Tutte inutili. Tutte abbondantemente svalutate. Smetto di crederci. Smetto di pensarci. La cancello. Gli ultimi due anni della mia vita andrebbero cancellati. Eliminati. Triturati. Inizio a sudare. Mi viene da piangere ma trattengo. Mi viene da saltare in un burrone profondo come il mare. Ma mi trattengo. Mi viene da dirgli un sacco di cose, ma mi trattengo e non so perché. Potessi ferirla, lo farei, ma non ne ho le forze. Mi mancano le forze. Non ci riesco. Non ce la faccio. Sono un sottomesso. Dipendo da lei. Lei non dipende da me. Ho sbagliato. Io ho sbagliato. Nessun altro. Le ho dato tanto. Troppo. Le ho dato tutto.
“Che c’è?” e questa è una domandina innocente. Questa è la domanda più casta. Pura. Priva di pretese. Ed io, mi chiedo se non sia pazza. Resto ammutolito, nel mio angolo. Stretto. Oppresso da tutta questa nebbia.
“Non fare la vittima, quella che ci sta male, sono io! Sono stata trattata come una puttana, capisci? Tu non c’entri niente!”
Io ti amo. Tu mi ami. Noi ci amiamo. Loro si amano. Voi vi amate. Amore. Amare. Come sono svalutate queste parole. Come sono vuote, prive di un reale significato. Come sono inutili. Come sono pericolose.
Mi alzo. E continuo a non avere le forze. Resto in silenzio. Mille parole si susseguono nella mia testa. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da dio. Scopa da Dio. Scopa da dio. Mille concetti. Troia…. No. Non sono una troia…. Dicevo così, tanto per ridere. Come è difficile credere ancora alle favole. Come è difficile. Illudersi che sia per sempre. Credere che sia per sempre. Crederci davvero. Cercare di dare un peso, un significato alle nostre azioni. Rincorrere un aquilone, sperando una volta o l’altra di acchiapparlo. La verità è che le cose che più ci fanno stare bene, sono anche le prime a farci stare male. E vorrei avere le parole. Mi volto, la guardo un’ultima volta negli occhi. Le accenno una risatina perplessa e torno sui miei passi.
“Certocheseipropriostronzoiostomaleetu….”
Le sue parole diventano un soffio leggero. Senza pause. Senza una dimensione reale. Non vedo l’ora di arrivare a casa mia. Non vedo l’ora di scoppiare a piangere ed ubriacarmi sino alla distruzione. Non vedo l’ora. È pazza.
24 May

PaRiGi 1

E Nina mi rincorre lungo la Senna come se io stessi davvero per suicidarmi. Non capisco. Un mese fa diventavo un puntino all'orizzonte. E lei, non faceva altro che guardarmi  svanire. Diventare piccolo. Invisibile. Mentre quel treno prendeva velocità ed il mio cuore cominciava a tremare. E tu, mi lasciavi andare, come se non ci fosse più nessuna soluzione, come se non ci fosse più un domani. Ma domani è lontano se mi ami ora. Domani è lontano. Mentre i tuoi malinconici occhi verdi stringevano il mio ultimo sguardo. Il mio sguardo migliore. Il mio sguardo di cristallo. Sì, a volte ti ho persino permesso di scivolarci dentro. Di dare un'occhiata a tutto quel regno di stupide cazzate che ho cercato di incendiare. Di dare un'occhiata a quel regno di stupide cazzate che volevo ti appartenesse. Come è strano partire. Cercare di scrivere un sequel della propria vita cercando il più possibile di dimenticare tutto quello  che c'è stato prima. Perchè la vita è un groviglio continuo di storie e conseguenze. Per questo non saremo mai realmente liberi dal nostro passato. Ogni attimo che viviamo, è la conseguenza diretta dell'attimo precedente. Ogni istante che viviamo. La nostra stessa vita è la conseguenza diretta della vita di qualcun'altro. Della storia di qualcun altro. Non siamo altro che conseguenze prodotte da altre conseguenze. Ogni storia che viviamo, non è altro che un intreccio pericoloso di conseguenze che noi ignoriamo. Conseguenze che non saremo mai in grado di domare, prevedere. Possiamo solo subire in silenzio. Aspettare. Illuderci di essere realmente padroni di cambiare gli eventi, le situazioni, le circostanze. La verità è che tutto quello che viviamo, tutto quello che ci circonda, non è altro che una gigantesca reazione chimica preimpostata con risultati già prestabiliti, da quella forza oscura e devastatrice che chiamiamo destino. Ed è assurdo che io ci creda. Io, Sofio 23 anni. Ateo. Schifosamente ateo dalla prima elementare. Schifosamente scettico dalla prima elementare. Credo nel destino. Nel fato. In un ordine prestabilito, chissà da chi. In una sceneggiatura già scritta. E qualche volta, mi sono persino illuso di poter essere il regista di questa pellicola. Qualche volta mi sono persino illuso di poter fare la differenza. Ed ora? Ora, chi glielo dice che questo posto è cambiato? Chi glielo dice che non esiste più una Parigi di ieri, ma solo una Parigi di oggi? Chi glielo dice che di colpo tutto è cambiato, che di colpo torno a credere di vivere in una bolla di vetro, che di colpo, mi sembra non aver mai vissuto un solo attimo, senza la sua anima danzante, senza i suoi pensieri allo zucchero filato, senza i suoi occhi, il suo sguardo che ora sembra appartenermi. La sua pelle che profuma di vita malinconica. Di parole soffuse. Di sogni nascosti, taciuti per troppa paura di fare del male o farsi del male. E Parigi cambia colore. Sei la mia conseguenza inaspettata. Il mio bianconiglio. La mia tenera dipendenza. La mia tenera dannazione. La Senna alle due della notte con qualche musicista fumato, ubriaco, nel suo momento migliore. Nel suo spettacolo migliore. Le parole sussurrate con uno sguardo. Le lacrime dolci di un incontro idealizzato. Sei la neve quando vorresti strapparti la pelle di dosso. Il sole anche di notte. Sei la luna alle dieci del mattino. Le strade  di questa città un po' santa, un po' puttana, che sembra cullarti lentamente mentre dimentichi chi sei tra le pagine di un quadernetto seduto in un vecchio caffè del centro. E ti puoi illudere di non essere solo, ma dopotutto, quì non sembra una condanna. Ed ogni pensiero che hai sprecato, ogni pensiero che hai lasciato libero nel vento, sembra averti raggiunta all'improvviso e mi rendo conto che il presente una volta tanto non è il posto peggiore in cui vivere. E diventi quel senso che avevo perso, chissà quando, chissà dove e tutto quello che mi viene in mente è solo una combinazione assurda di due parole che sembrano aver ritrovato un significato e divento un po' Alice, un po' forse anche colonnello Kurtz, ma a volte rischiare è la maniera migliore per restare vivi, per continuare a vivere, mentre ci sediamo ad una panchina sotto un assurdo lampione e mi allontano da me stesso. E vedo Manuel passarmi d'avanti, guardarmi un istante negli occhi e non dire una parola. Dovrei farlo. Dovrei baciare il colpevole. Dovrei sentire tutta questa vita che ti porti dentro contagiarmi. Dovrei sentire tutto questo colore che ti porti dentro, entrarmi in vena, scorrere. Arrivarmi dritto al cuore. Questa vita che riprende il suo corso. Tutta questa vita che mi rincorre, che mi prende per una mano e poi.... mi trascina. La mia migliore strategia è quella  di amarti, senza pensare. Senza riflettere, perchè so quello che sei, quello che sei stata e quello che sarai. Senza aver paura di sbagliare. Mi viene naturale, mi viene facile. E' l'unica cosa che so fare. E' l'unica cosa che mi importa. E tutto il resto perde il suo fascino attrattivo. La sua forza creatrice. Tu. Il centro del mio cuore andato a male. L'unica parte sana. Non mi manca niente, una volta tanto.  Vorrei tenerti incollata, abbracciata alla mia anima. Vorrei. Chissà se posso farlo.